Il progetto diventa concreto

Il colloquio

Il giorno del colloquio Skype ero ovviamente molto nervosa. Pur amando da sempre la lingua francese non l’avevo mai utilizzata seriamente e l’avevo studiata solo 3 anni alle scuole medie, quindi moooolto tempo prima. Sapevo riconoscere le frasi elementari, ma non discorsi lunghi, e mi esprimevo malissimo.

Per fortuna, il colloquio è stato semplice e veloce. Il mio futuro Tutor mi ha messa molto a mio agio rendendo la conversazione il più possibile comprensibile. Mi ha fatto le solite domande da colloquio, come “Perché vorresti fare il Volontariato Europeo?” oppure “Perché ti interessa questo progetto in particolare?””Cosa pensi di poter portare all’Associazione Ospitante?” etc.

Mi ero preparata a memoria una spiegazione del mio percorso accademico e lavorativo che mi ha aiutata a non sembrare totalmente incapace di parlare in francese (foglio sott’occhio, nascosto dalla videocamera). Per il resto, ascoltavo e facevo finta di capire, anche se in realtà, comprendevo una parola su tre.

Comunque sia, facendo un discorso generale, il livello linguistico necessario per lo SVE non è assolutamente alto, quindi non bloccatevi se non padroneggiate bene la lingua del paese ospitante o se il vostro inglese è scolastico.

Ritornando al mio colloquio, dopo pochi giorni ebbi la risposta: colloquio positivo, ero stata selezionata! Ma purtroppo non era ancora “fatta” del tutto, bisognava aspettare l’approvazione del finanziamento del progetto, che sarebbe arrivata (o forse no) dopo alcuni mesi.

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Henin-Beaumont, foto di Le Pays Lensois

Aspettando una risposta

Passai le settimane che seguirono nell’attesa. Quell’anno ci furono rallentamenti burocratici e la data della risposta veniva continuamente rinviata.

Io continuavo a svolgere il mio stage e a sperare di non restare li, a Sondrio, in quella che ai tempi giudicavo una realtà piccola e limitata (ora vedo le cose diversamente, ma è passato del tempo) per il resto della mia vita.

Infine, un giorno, mentre ero in ufficio da sola durante la pausa pranzo, e ricevetti una chiamata dalla Francia : progetto approvato, sarei partita!

Dopo tanti mesi di attesa quella notizia mi fece fare i salti di gioia e annunciai subito la novità alle mie amiche, le quali la accolsero con entusiasmo. Un po’ meno la mia famiglia, preoccupatissima dell’idea che partissi “da sola per non si sa dove”. Non fu facile convincerli che quella opportunità fosse qualcosa di positivo, erano diffidenti verso le persone straniere che mi avrebbero ospitata. Ma io ero decisa, e cosi imposi la mia risolutezza nel voler intraprendere questa avventura.

Nei mesi successivi cominciai a ricevere i documenti vari: riguardanti lo SVE: l’assicurazione sanitaria, il “contratto”, la lettera di benvenuto. Mi venne comunicato anche l’indirizzo dove avrei abitato (avevo una stanza in un appartamento condiviso da studenti): rue Michelet, 5, Lens.

Questo nome di strada e di numero civico furono la fonte di numerosi viaggi mentali (nonché ricerche su Google Map) in quanto era la rappresentazione concreta del fatto che il mio sogno di vivere in Francia si sarebbe realizzato.

Capii che sarei stata abbastanza vicina al centro di Lens, e anche che la città era veramente piccola e isolata. Cercai su internet, e lessi che le persone che ci vivevano non è che ne parlassero molto bene (ma chi non si lamenta della propria città?).

Guardai le strade, la maggior parte delle case sembravano basse, fatte di mattoni rossi. Il tempo non sembrava un granché. Mi immaginai camminare su quei viali per andare al lavoro, pensai a come avrei passato il mio tempo. Ma ovviamente queste erano tutte inutili congetture e fantasticherie perché nessun posto lo si può immaginare veramente finché ci si vive.

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Cinema Apollo di Lens, foto di Le Pays Lensois
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Facciata di una casa nella strada in cui abitavo a Lens

L’incontro preparatorio

Ricordo il giorno in cui mi recai a Milano per andare al seminario di preparazione allo SVE. La mia paura più grande era di essere l’unica over 25 in un gruppo di tardo-adolescenti (mi sentivo un po’ sfigata a voler partire col volontariato a 27 anni). E invece, sorpresa, la maggior parte dei partecipanti aveva la mia età o più.

Ipotizzai che probabilmente non ero l’unica a cui la voglia di viaggiare era venuta dopo aver finito l’università (e forse anche per aver capito quanto sia difficile trovare lavoro una volta laureati).

Oltre a tranquillizzarmi da quel punto di vista, questo incontro mi rese ancora più sicura della mia scelta. Infatti, le persone che avevo incontrato mi sembravano molto vicine al mio modo di vivere e pensare. Questo mi fece sentire che stavo facendo la cosa giusta a intraprendere quel percorso.

Durante l’incontro gli organizzatori si assicurarono che avessimo ben compreso i documenti ricevuti e ci illustrarono gli aspetti più pratici dello SVE: obblighi e responsabilità del volontario, dell’associazione di invio e di quella d’accoglienza, come utilizzare l’assicurazione sanitaria, cosa fare in caso di interruzione del progetto etc.

Ci parlarono anche di alcune componenti psicologiche che avremmo probabilmente fatto parte della nostra esperienza, e questa anticipazione mi fu molto utile. Ci dissero, infatti, di aspettarci una fase di entusiasmo iniziale, in cui il paese ospitante ci sarebbe sembrato bellissimo, molto meglio di casa nostra, seguita da una fase di ridimensionamento delle aspettative e depressione e, infine, da una fase di stabilizzazione.

6 pensieri su “Il progetto diventa concreto

  1. I tuoi disegni sono MERAVIGLIOSI!!! Bonne chance da una expat come te (pensa che io di anni ne avevo quasi 30) che (per ora) e’felice della sua scelta 🙂

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      1. Ah si ho visto ora il tuo blog, io ho vissuto per molto tempo a Tourcoing, molto vicino al belgio. Adoro Bruges e Gand ma Bruxelles mi sembra un po’ troppo fredda… beh, verro’ sul tuo blog a scoprire di più. Buona serata 🙂

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